Come l'oleandro di Gabriella Badalamenti.
Come l'oleandro di Gabriella Badalamenti, una signora della buona borghesia palermitana che ne ha sposato un nipote. E' la storia famigliare di un padrino Anni '20, Faro Badalamenti, capostipite di una famiglia mafiosa sinistramente nota, e dimostra che, discreto o morboso, il fascino della Sicilia non conosce crisi.
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Una biografia, fortemente fantastica, leggendaria, ma modellata sulla figura storica di un uomo d'onore. La vicenda di Faro Badalamenti, così come lui la consegnò alla giovanissima e borghese moglie di suo nipote che la racconta, si svolge in una delle zone che gli storici candidano ad essere territorio originario della mafia. Ed è questa antichità, unita all'atmosfera di incanto romantico a cui si abbandona l'interlocutrice di Faro, che dota la vita avventurosa di una sostanza di fiaba. Fiero, forse feroce lupo tra pecore, in un mondo in cui >>o si è pecora o si diventa lupo<<, da sempre braccato per via di un omicidio giovanile ai danni di una guardia forestale, Faro vive alla macchia in montagna, guidato dalla saggezza primitiva ma sicura che gli deriva dal patrimonio infinito di detti e di regole pratiche del sapere ancestrale siciliano.
>>Un eroe senza paura capace di parlare agli animali<< appare a chi ne riceve la memoria. Vive in realtà come un cavaliere feudale, un destino da patriarca cui lo consegna precocemente una faida familiare, un'esistenza avventurosa in cui si alternano sfide cruente e paci precarie, qualche momento di disinteressato amore con esseri emarginati dal gioco tirannico in cui consiste la società, e sotto il dominio angoscioso del tradimento violento che non gli risparmia neppure il letto nuziale. >>In Sicilia non esiste la parola fiducia, esiste solo come verbo e al passato remoto: "si firau e muriu"<<. E questo fosco destino antropolgico Gabriella Badalamenti sembra sentirlo fatale come una tragedia antica, ne averte il segno impresso sulla stessa propria esistenza, e il fascino, ambiguo e trascinante come un'avventura di briganti, che inebria come il dolce profumo del venefico oleandro. E lo offre al lettore con il respiro di una fiaba truce: forse la prima fiaba di mafia.
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